“Fermacarte lavorare tutti lavorare meno è il tema della mostra di Giuseppe Panariello”
«E finisce in tubi il lavoro della storia / lasciando all’esistenza / senza muover ciglio / la certezza che ci incontreremo ancora / ad un angolo di strada una mattina… e benedetto sia colui che ti sarà compagno in questo inizio».
Così termina il testo poetico del catalogo ricco e prezioso che fa da viatico alla mostra dell’artista, scultore e poeta napoletano Giuseppe Panariello che ha allestito una singolare mostra dal titolo emblematico Fermacarte, lavorare tutti lavorare meno nella Galleria Esposito, in via Pessina 73.
Un lavoro ricco, sottile, pieno di rimandi interni, relazioni sul gioco linguistico, di intrecci sul filo dell’ironia, di riflessioni sul ruolo della storia, sui detriti e sulle macerie, sugli avanzi e sugli eccessi.
Raffinato, principesco, pregno di un sano distacco come può capitare a chi, intriso del magma incandescente della Napoli bassa greco-romana (o dell’Italsider di Bagnoli e dell’Agip di San Giovanni a Teduccio), sale poi sul colle di Capodimonte e dal regale palazzo guarda la città, la storia, gli uomini, l’arte.
Cosa vede il regale Panariello? Basta recarsi alla galleria Esposito per visualizzare la sua riflessione.
Le carte della storia antica e recente, codici miniati o volantini che chiamano alla lotta (lavorare meno, lavorare tutti!) sono volate nel paesaggio post-meccanico e post-industriale. Un passaggio che qui, nella mostra di Panariello, ha tocco lieve e accattivante.
Una carta si è impigliata tra due tubi cilindrici color ruggine, un’altra appare strappata, lacerata nel gioco meccanico di una scultura; un foglio è stato investito finendo schiacciato con un pedone ignaro sotto la mostruosa macchina della civiltà, un altro ancora è stato ingabbiato in un’alta ciminiera; come avrà fatto infine quella carta ad infilarsi tra due blocchi di ferro così compatti?
In quest’atmosfera cimiteriale per Panariello, le carte, l’arte e la scrittura, la riflessione poetica possono sfuggire la gravità e pesantezza delle macerie antiche e recenti dell’uomo.
La carta su cui si scrive vola e, leggera, supera tutti gli sbarramenti e cortine; le antiche colonne di marmo e le moderne strutture industriali dismesse sono segni di questo dramma, monito per gli uomini di ferro.
«Carta vince, carta perde», questo il gioco ambiguo dell’arte del napoletano Giuseppe Panariello.
