La ‘bagarre’ ideologica contemporanea ‘spiazza’ i fruitori della letteratura e delle arti visive. Vari i filoni in cui infilarsi e, facilmente, contrabbandare passati avanguardismi o mistificanti soluzioni artistiche per buone ‘azioni concettuali’ o ‘performances’. Di contro esiste una contenuta schiera di artisti seri e preparati, indenne da coinvolgimenti paraestetici che è lontana da questa situazione, da questa autentica ‘presa del potere’ culturale da parte non certo di rivoluzionari (ma andiamo piano anche a mitizzare rivoluzioni e rivoluzionari) ma di sapienti orchestrali di galleria e di loro lacché. Della schiera di artisti alieni da mode credo che Giuseppe Panariello faccia parte.
Giuseppe Panariello ha alcune capacità caratterizzanti. Una in particolare: la volontà di trasformare la propria ragione in un’area di ricerche. Altra capacità: la sicura manipolazione degli strumenti operativi per la realizzazione di strutture segniche particolari. Partito dal 1970 con una ricerca di tono metodologico, il giovane operatore partenopeo tende ora a risolvere, con un’impronta del tutto razionale, il naturale (albero, casa, prato) in una rigenerata presenza. Il dato oggettivo è portato in campo aperto, vive a contatto con colori freddi e distaccati (che ci precisano l’operazione razionale e meditata) e si impone con una nuova e pluralistica prospettiva.
“La palizzata”, “L’albero” sono precisi momenti espressivi di Panariello. De “L’albero” di Panariello penso sia riscontrabile nel passato e precisamente nel 1928 un punto di contatto. Un’opera di Herbert Bayer, “Alberi piatti”, acquerello, ha tratti simili, non certo uguali, con alcune opere di Panariello. Herbert Bayer studiò nel 1921 al Bauhaus e nel 1938 emigrò in America interessandosi di problemi relativi al disegno di caratteri tipografici, di pittura murale e di grafica pubblicitaria.
Giuseppe Panariello ben conosce il suo stile. E ancora di più lavora per evidenziare le sue tematiche. Oggi esse sono protese a trovare uno spazio non fisico, bensì di maturata significazione. I ‘frottages’, che sono abili tagli su stesure di colori algidi, misurano l’intervento dell’artista. “Segnate” in linee verticali o orizzontali, queste realizzazioni si aprono e tendono ad incamerare acute proposizioni mentali.
La linea è suono, è colore. Il taglio, l’incisione sulla tela, attraverso il colore, è significazione estrema di intervento ‘sperimentale’. La percezione che provocano le tele di Panariello è dettata da una misurata eleganza, da uno stile personale, da una concezione spaziale di preciso equilibrio.
