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Giuseppe Panariello e le sue icone della complessità

Di Giuseppe Reale

2023

Non vi è segno che non cerchi il compimento di un possibile significato; ogni linea emerge come interruzione dell’assenza e postula un approdo di senso. Il cammino umano è di per sé portatore di tracce: non sarà mai insignificante, anche quando così potrebbe sembrare ad una maggioranza, ma è potenziale creatore di simboli poiché semplicemente esiste. La potenza della comunicazione non è solo strumentale all’adesione ed al consenso sociale, ma è messa in comune di amplificazione di senso come connessioni di vita. Nel tempo della complessità, la nostra tensione etica ci farà desiderare di non rifugiarci con ansia nella pienezza di un senso a tutto i costi, ma di poterne scandagliare la grafia terrena, l’ordito della tessitura, il percorso di una postura del camminare. Mentre il senso è rassicurazione di compiutezza, è pienezza di forma, la bio-grafia di un percorso è fatica per un possibile significato, è spaesamento dell’incertezza, è esplorazione di un’attesa.

La cultura occidentale, come ogni tradizione culturale, è segnata da simboli di senso ed in quanto tale essa è veicolo di decodificazioni, che orientano possibili interpretazioni individuali e collettive. Un segno ed un simbolo, tra gli altri, sono al vertice della sua rappresentazione identitaria, come ogni strumentalmente potremmo affermare: la Croce evangelica di Gesù, prima ancora che il Crocifisso del Risorto proclamato dalle Chiese costituitesi, è, infatti, un’accumulazione confessionale e laica, allo stesso tempo, che si colloca come incrocio pericoloso per ogni affermativo riepilogo. Taluni ne vorrebbero cogliere, senza ulteriori mediazioni, la dimensione univoca ed ideologica, dimenticando che nel cuore della cultura occidentale della cristianità, vi è proprio l’Evangelo della Croce di Gesù come interruzione e spezzamento, come geografia mondana prima della storia riconciliata ed a lieto fine, come percorso in-concluso prima della sintesi dove tutto risulta essere ordine della pacificazione.

La Croce evangelica di Gesù è la profondità del Crocifisso, è il segno di una geografia inversa della storia, ne è il capovolgimento di prospettiva, dove tutto è domanda aperta ed in cui ogni risposta è misura di umanità. In tal modo, la Croce evangelica di Gesù vien prima del Crocifisso confessante del Risorto, abbattendo gli idoli delle false certezze di senso sotto il peso della via e terremotando ogni strumentale mistificazione di una possibile rivelazione divina. La Croce di Gesù assume e fa deflagrare le umane parole in quanto ultime parole, lasciandole sospese sulla storia umana come un monito, come un rituale di passione e di sacrificio, come un bocciolo di primavera incipiente. Le ultime umane parole di Gesù in Croce sono la prima Parola di Dio sull’ingiustizia che divide e sulla violenza che oppone.

La pretesa redentiva del Cristianesimo è questo terremoto della banalità delle vacue parole rassicuranti, delle parole di ordine come una naturalità tutta presunta e posseduta, come baratro della teatralità di un’apparenza di significato, come dramma e fallimento di tante sceneggiature esistenziali. Da questo Golgota di ogni pianificazione, è bello apprezzare come le architetture sacre del cristianesimo debbano avere una pianta crociata, nella versione greca e latina, in cui la Croce di Gesù è essa stessa la forma della via, in cui non vi è spazio che non possa costituire dimensione dell’attesa e fatica pellegrinante.

Così si legge nell’Evangelo di Giovanni al capitolo 4: 19 Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

La ricerca artistica di Giuseppe Panariello si pone da tempo al servizio di segni come parole aperte, di tracce come intuizione di orientamento, come una critica ad ogni compiacente estetizzazione di sé: appoggiandosi su lastre arrugginite dal tempo, che hanno assunto il colore dell’esposizione alle inevitabili intemperie della vita, i tratti di colore sono dettati da una sobrietà della visione. Nello stile dell’Artista tutto è accenno, è passaggio faticoso eventuale e divenuto evento che non ricade nella comune significanza: non vi sono parole, non vi è volto, non vi sono figure o corpi, ma tutto è evocato come una possibilità, che si ferma sul ciglio senza rincorrere a ripetute immedesimazioni di forme. Vi è un che di etereo, di apparentemente insignificante come il battito di una farfalla rispetto all’armonia del cosmo, ma capace di sostenere il passo visionario di chi cerca armonia nel disordine mondano. Le opere di Panariello sono drappeggi di in-compiutezza, lasciando alla forza immaginifica dell’umana visione la tensione di una linea che prenda forma. In questo ciclo dedicato alle sette Parole di Cristo la compiutezza figurativa è assenza “tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo“ (Is 52,14).

La Croce di Gesù è cifra di in-sensatezza, come viaggio di autenticità piuttosto che come riepilogo di significati uguali per tutti. Seguendo il ritmo di un peso che richiede lo stazionamento dell’abbandono, le ultime parole di Gesù aprono al terremoto di senso come possibilità di nuovi spazi di vita. Nella prospettiva evangelica, le sette ultime Parole del Cristo in-seguono l’armonia dei sette giorni della creazione, come possibilità di un nuovo inizio, partendo da ciò che resta provocazione e baratro come l’umano dolore innocente. Questo squarcio nel cuore dell’Uomo è speranza non al di là della morte, come spesso amano farsi garanti le confessioni religiose, ma è redenzione dentro il morire di ogni uomo in qualsiasi condizione. In fondo, le architetture ecclesiali, tra le strade mondane e le abitazioni familiari, dovrebbero e potrebbero essere geografie dell’inatteso, dove la grazia fa irruzione di speranza e nostalgia di incontro.

A confronto con la tradizione bizantina dell’iconografia, in cui l’avvento della grazia divina appare nella luminosità dorata, Giuseppe Panariello ci offre delle icone postmoderne, delle immagini capovolte dal furore della complessità, in cui tutto è un battito d’ali sulla pulsione sacrificale del mondo: in attesa che, per ognuno, vi sia un nuovo Inizio!